Podcast RSI – Zitto, l’orologio ti ascolta
Questo è il testo della puntata del 14 settembre 2026 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.
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Il mito del telefonino che ascolta ogni conversazione e la manda a qualche servizio globale di sorveglianza sta per essere sostituito. Al posto di questa falsa credenza rischia di arrivare una realtà concreta e documentata di ascolto e registrazione costante, non attraverso lo smartphone ma tramite altri dispositivi meno visibili. Dopo gli occhiali con telecamera di Meta arrivano infatti gli orologi con microfono di Apple. E il Grande Fratello centralizzato immaginato da George Orwell viene sostituito, o meglio affiancato, da una folla di Piccoli Fratelli: le persone che ci stanno intorno e che comprano e indossano questi oggetti.
Questa è la storia della cosiddetta “normalizzazione dell‘ascolto costante”: la tendenza sempre più diffusa di dotare gli oggetti digitali, soprattutto quelli indossabili, di sensori, telecamere e microfoni sempre attivi, che rilevano, guardano, ascoltano e analizzano tutto quello che avviene nelle loro vicinanze, perché in questo modo possono rendersi utili ai loro proprietari.
I creatori e venditori di questi oggetti ci chiedono di abituarci a questo stato di cose, di rassegnarsi a essere costantemente monitorati, come se si trattasse di un progresso inevitabile e necessario. Ma non è così, perché il rischio di abusi di questa “normalizzazione” è estremamente alto e concreto, e va capito per decidere come agire.
Benvenuti alla puntata del 14 settembre 2026 del Disinformatico, il podcast mensile della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.
[SIGLA di apertura]
Nella puntata di marzo 2026 di questo podcast ho raccontato i problemi di privacy degli occhiali “smart“ di Meta, o AI glasses come li chiama la pubblicità: quelli, per capirci, dotati di telecamere miniaturizzate, integrate nel frontale. Problemi per chi li indossa, perché spesso non sa che quello che le telecamere vedono quando sono in funzione viene trasmesso a Meta e alle aziende che lavorano per Meta e viene visto, analizzato e classificato da qualcuno. Ma problemi anche per chi non li indossa, però ha a che fare con chi li sfrutta per effettuare riprese nascoste in luoghi e in situazioni in cui in teoria il buon senso e la decenza, e in alcuni casi la legge, lo proibirebbero.
C’è un aggiornamento in proposito: molte persone credono che questi occhiali non possano acquisire immagini di nascosto perché Meta li ha dotati di una spia luminosa bianca, un cosiddetto “LED di cattura” [capture LED in inglese], che si illumina in maniera piuttosto vistosa durante le riprese o le foto.
Inizialmente era possibile coprire o rendere inservibile questo indicatore luminoso e quindi realizzare video e foto a insaputa dei presenti, ma a luglio scorso Meta ha dichiarato che da quel momento in poi gli occhiali avrebbero interrotto le registrazioni istantaneamente in caso di copertura della spia, e pochi giorni dopo ha annunciato di aver diffuso un aggiornamento del software che avrebbe disabilitato permanentemente le telecamere negli esemplari di AI glasses che erano stati modificati dai proprietari per disattivare questa spia luminosa. Secondo i dati presentati da Meta, i proprietari in questione erano circa 7000 su un totale di 7 milioni di esemplari venduti nel 2025. In altre parole, grosso modo una persona su mille comprava questi dispositivi con l’intento ben preciso di effettuare riprese abusive [CBS News; Business Insider; Ars Technica].
Stando al tono rassicurante di questi annunci, il problema degli abusi che stavano già circolando sui social, con tanto di monetizzazione a incentivarli, sembrerebbe risolto in maniera efficace, ma non è così. Infatti la telecamera di questi occhiali ha due funzioni: una è scattare foto e video e l’altra è analizzare quello che vede usando l’intelligenza artificiale. La spia luminosa lampeggia solo durante le riprese di foto e video. Non si accende quando la telecamera osserva tutto quello che ha davanti a sé.
Questo vuol dire che la spia bianca non indica che la telecamera è in funzione, come verrebbe spontaneo pensare, ma segnala solo quando le immagini vengono registrate e salvate dall’utente. Quando la telecamera acquisisce immagini per passarle a Meta e farle analizzare dall’intelligenza artificiale, per esempio per tradurre un menu in un ristorante o identificare un oggetto, la spia è spenta. Questa non è una dimenticanza da parte dei progettisti: è una scelta intenzionale, dichiarata nella documentazione tecnica pubblica di Meta.
Secondo l’azienda, infatti, “se il LED lampeggiasse per periodi di tempo prolungati (per esempio ogni volta che si verifica un’interazione con l’IA), la gente potrebbe smettere di notarlo, riducendo così la consapevolezza di quando foto o video vengono catturati dagli utenti per disporne in seguito” [Bystander privacy: Evolving with the AI Glasses Landscape, Meta, luglio 2025].
Quindi non è vero che la spia spenta significa che gli occhiali di Meta non sono attivi e non stanno riprendendo nulla.
Eppure la pubblicità di Meta, quella per esempio negli Stati Uniti, dice che “la telecamera ti permette di catturare l’istante. La luce permette a tutti quelli che hai intorno a te di sapere quando lo fai.”

Formalmente è corretto, perché parla solo della cattura di immagini da parte dell’utente, ma omette di dire una parte importante della realtà, ossia che la telecamera è appunto attiva anche durante le funzioni basate sull’intelligenza artificiale che mandano suoni e immagini a Meta. Uno slogan più completo potrebbe essere questo: “la luce permette a tutti quelli che hai intorno a te di sapere quando lo fai TU. Quando lo facciamo noi di Meta, beh, arrangiatevi”.
La comunicazione pubblicitaria di Meta non è una semplice informazione, sia pure parziale, al pubblico: è un tentativo di costruire un consenso sociale. Il messaggio di fondo è “tranquilli, gli occhiali con microtelecamera incorporata non sono invadenti, perché tutti possono sapere quando sono in funzione”. Ma la documentazione tecnica di Meta rivela appunto che questo messaggio è, di fatto, falso e ingannevole. Chi sta nelle vicinanze di una persona che indossa occhiali di quest’azienda non ha alcun modo di essere certo che non stiano acquisendo suoni e immagini.
Diverse associazioni di difesa dei consumatori hanno chiesto la messa al bando di questi dispositivi. Lo ha fatto quella dei Paesi Bassi, dichiarando che questi occhiali sono “un pericolo per la privacy” e che anche dopo le correzioni apportate da Meta rimane il problema che in molti casi la spia luminosa non è visibile, per esempio quando ci si trova in pieno sole o a una certa distanza [NLTimes.nl]. Alcuni locali del Paese stanno vietando l’ingresso a chi indossa questi occhiali dopo che ad agosto scorso un uomo è stato colto a riprendere le donne alla toilette; la perquisizione dell’uomo effettuata dalla polizia gli ha trovato addosso numerosi video di donne che si recavano alla toilette e video ripresi da sotto le loro gonne [NlTimes.nl].
A Brisbane, in Australia, le autorità municipali hanno vietato l’uso degli smart glasses nelle piscine pubbliche [Abc.net.au]. Iniziative analoghe sono in discussione in Germania: Thomas Fuchs, responsabile della privacy e delle normative digitali per la città di Amburgo, ha dichiarato che i test effettuati dimostrano che la spia che dovrebbe avvisare i passanti che è in corso una ripresa è decisamente troppo fioca per essere vista alla luce del giorno. L’associazione di difesa dei diritti digitali HateAid ha detto esplicitamente che “questa tecnologia sta alimentando la violenza digitale, perché chi la commette ora non ha più bisogno di conoscenze tecniche” [DW.com].
Su un altro versante, lo stato di New York ha vietato qualunque tipo di occhiali “smart” nei suoi tribunali da luglio scorso [Forbes.com], mentre a gennaio l’unità antiterrorismo della polizia di New York ha diffuso un avviso ai membri delle forze dell’ordine sul rischio che gli occhiali di Meta vengano usati per effettuare riprese nascoste all’interno degli uffici di polizia e dei locali di detenzione, come è già accaduto, comportando “rischi di sicurezza se vengono diffuse informazioni proprietarie sulla disposizione delle celle, l’ubicazione delle telecamere o le abitudini degli addetti al pattugliamento o alla sorveglianza”.
Le autorità di immigrazione statunitensi hanno dichiarato che questi occhiali sono classificati come telecamere indossabili e quindi non possono essere indossati “negli spazi lavorativi federali” [The Guardian]. In altre parole, se state pensando di andare negli Stati Uniti e avete occhiali di questo genere, ricordatevi di toglierli durante i controlli all’ingresso nel Paese.
In Norvegia, gli occhiali “smart” sono stati vietati in tutte le scuole comunali di Oslo. La vicesindaca della città con delega all’istruzione ha detto senza giri di parole quanto segue: “Noi politici dobbiamo avere il coraggio di essere sinceri su quale sia la vera questione: una delle aziende più ricche del mondo ha lanciato un prodotto la cui intera logica commerciale consiste nel rendere impossibile sapere quando si viene ripresi” [Pollar.news].
E a proposito di scuole, va ricordato che da noi le direttive del DECS sui dispositivi mobili personali [Ti.ch] già includono questo tipo di occhiali tra i dispositivi che sono vietati “sulla totalità del perimetro dell’istituto scolastico” e devono “essere sempre spenti […] e non visibili”. Quindi se qualche genitore all’ascolto ha regalato ai figli questi accessori così trendy, si ricordi che non potrà portarli a scuola. Inoltre i docenti dovranno imparare a riconoscere questi eventuali trasgressori, cosa non facile perché appunto questi dispositivi sembrano occhiali del tutto normali.
Sembra proprio che le rogne causate da questi occhiali e da chi ne abusa siano superiori ai benefici che, va ricordato, possono indubbiamente avere in alcune situazioni. Una persona con difficoltà visive potrebbe usarli per leggere testi o cartelli, per esempio, e un turista potrebbe usarli per tradurre un segnale stradale scritto in una lingua che non conosce. E c’è indubbiamente una certa comodità nell’avere un dispositivo che permette di fare foto e video senza la perdita di tempo di tirar fuori e sbloccare lo smartphone, cosa che magari fa perdere quel momento magico che si voleva immortalare. Ma il rischio di abusi, già avvenuti e documentati un po’ ovunque nel mondo, è probabilmente troppo alto per essere compensato da queste applicazioni positive.
Il problema sta proprio nella mancanza del gesto riconoscibile che informa che è in corso una ripresa. Nel caso dello smartphone, il fatto che qualcuno lo stia usando per fare foto o video è annunciato dal gesto molto visibile di estrarlo e puntarlo verso il soggetto che si vuole riprendere. Ma se la telecamera è negli occhiali e per attivarla basta un comando vocale o un tocco discreto su una delle stanghette, questo gesto viene a mancare e quindi chi non li indossa diventa più vulnerabile. E mentre è ormai diffusa la consapevolezza che un telefono contiene quasi sempre una telecamera, non è affatto intuitivo pensare che ci sia una telecamera in un paio di occhiali, e sembra assurdo e ingiusto che ci si debba abituare a chiedersi “mi sta registrando?” ogni volta che incrociamo qualcuno che indossa qualunque tipo di occhiale.
In questo scenario complesso e controverso è arrivato ora un nuovo dispositivo che include funzioni di registrazione nascosta: il nuovo Apple Watch, presentato ufficialmente la settimana scorsa. Questo smartwatch, abbinato a un smartphone della stessa marca, ascolta in continuazione tutto quello che il suo microfono riesce a captare. La sua funzione Live Rewind permette di vedere, trascritti sullo schermo dell’orologio, gli ultimi 15 secondi di una conversazione. La funzione Siri Recap, invece, permette di riassumere intere discussioni.
L’idea alla base di questi servizi è che permettono per esempio di annotare facilmente una ricetta o delle istruzioni stradali oppure di riassumere una riunione. Rispetto agli occhiali di Meta, l’Apple Watch non conserva le registrazioni, non le manda all’azienda per elaborarle ma le lavora direttamente sul telefono associato all’orologio [Apple; Audio Intelligence Privacy Overview, Apple]. Apple dichiara inoltre di non avere accesso all’audio captato [TechCrunch].
Ma ancora una volta resta il fatto che è ora possibile prendere nota dettagliatamente di una conversazione senza che gli interlocutori se ne accorgano, anche perché non si aspettano che un orologio possa registrare. Manca anche qui il gesto riconoscibile di attivare un registratore, che avvisa i presenti che quello che dicono verrà captato e trascritto. L’unico gesto richiesto, infatti, è un tocco sulla corona dell’orologio, che una persona non esperta non ha motivo di sospettare che sia l’equivalente di toccare un grosso tasto rosso con scritto REC.
Al momento queste due funzioni dell’Apple Watch non sono disponibili nell’Unione Europea, stando alla documentazione dell’azienda [Apple].
Anche con tutte queste salvaguardie, l’introduzione di questi nuovi servizi è un altro tassello di quella “normalizzazione dell‘ascolto costante” che si sta diffondendo [This.weekinsecurity.com; TechCrunch]. Abbiamo acquistato in massa gli altoparlanti smart Alexa di Amazon o quelli di Google, e ci siamo abituati all’idea di avere in casa un microfono che ascolta tutto quello che diciamo in cambio della comodità dei comandi vocali. Abbiamo acquistato televisori smart, e ci siamo assuefatti all’idea che anche la TV ci ascolti. Ora ci viene chiesto di accettare che gli occhiali e gli orologi di qualunque persona che incrociamo possano registrarci.
Gli studi scientifici [Pubmed] hanno dimostrato che la consapevolezza di poter essere registrati in qualunque momento ha un effetto fortemente inibitorio sul modo in cui interagiamo con gli altri ed esprimiamo le nostre idee. Sta a noi decidere se questo effetto, insieme ai prevedibilissimi abusi che sono già stati documentati, sia un prezzo adeguato da pagare per poter fare a meno di ascoltare attentamente delle istruzioni, di usare una tastiera o semplicemente di adoperare un taccuino per prendere appunti.












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